Islam (cenni introduttivi)

Pubblicato il 17 aprile 2013 in Notizie dal mondo, Spunti di riflessione
islam

Il testo della Fatiha (sura 1 “aprente” il Corano):

Nel nome di Dio , clemente misericordioso!
Sia lode a Dio, il Signore del Creato,
il Clemente, il Misericordioso,
il Padrone del dì del Giudizio!
Te noi adoriamo, Te invochiamo in aiuto:
guidaci per la retta via,
la via di coloro sui quali hai effuso la Tua grazia, la via di coloro coi quali non sei adirato,
la via di quelli che non vagolano nell’errore!
 

ISLAM

significa “abbandono, sottomissione

MAOMETTO (570 ? – 632)

Nella sua forma originale araba significa “il grandemente lodato“.

STORIA. Nato nel VII sec. D.C. è per i musulmani un inviato da Dio. Egli cominciò a predicare a La Mecca (punto nodale per il commercio d’oriente) e fu cacciato. Si rifugiò a Medina e dopo 10 anni di lotte e persecuzioni riuscì a fondare il primo stato musulmano. Dopodiché riconquistò la mecca e organizzò in modo definitivo il culto. Maometto, per la tradizione islamica, era solito ritirarsi a meditare in una grotta sul monte Hira vicino Mecca. Secondo tale tradizione, una notte, intorno all’anno 610, durante il mese di Ramadan, all’età di circa quarant’anni, gli apparve l’arcangelo Gabriele (in arabo Jibrīl o Jabrāīl, ossia “potenza di Dio”: da “jabr”, potenza, e “Allah”, Dio) che lo esortò a diventare Messaggero (rasul) di Allah con le seguenti parole:

« (1) Leggi, in nome del tuo Signore, che ha creato, (2) ha creato l’uomo da un grumo di sangue! (3) Leggi! Ché il tuo Signore è il Generosissimo, (4) Colui che ha insegnato l’uso del calamo, (5) ha insegnato all’uomo quello che non sapeva »  Sura 96

CORANO.

Il Corano è la parola stessa di Dio che Maometto ha ricevuto e poi recitato (Qur’an=recitazione). Il suo autore è Dio stesso, secondo i musulmani perciò non viene applicato al corano quella critica e quella esegesi, che invece i cristiani, applicano alla Bibbia. Libro complesso, non scritto in una sola volta, ma rivelato, “disceso” nell’arco di 20 anni. La prima “discesa”, il 27 di Ramadan. Il testo, composto di 114 capitoli, divisi in versetti, è totalmente in arabo (non sono accettate traduzioni) e va imparato a memoria; il titolo di ogni capitolo si riferisce al contenuto. Si tratta di una raccolta di ammonizioni, narrazioni e precetti. 

Linee teologiche del Corano

  • Dio unico, personale, creatore, non condizionato; opera ciò che vuole, totalmente trascendente. Egli è dotato di tutti gli attributi della perfezione e sprovvisto di tutti gli attributi dell’imperfezione. A questi attributi corrispondono i 99 “bei nomi di Dio” sovrano “generoso”, misericordioso ma non un Dio-amore.
  • Maometto è il vertice dei profeti (cf. l’importanza degli HaDit=detti del profeta). La rivelazione precedente è incompleta e parziale; nel Corano è il vero messaggio di Mosè e di Gesù. La comunità islamica è l’ultima e la migliore delle comunità umane.
  • Le funzioni di Maometto nell’Islam:
    – profeta illetterato che riceve e “recita”;
    – il primo e perfetto mussulmano (modello esemplare per il credente; cf. Sunna);
    – il primo statista della comunità islamica; tutto il mondo deve entrare nella “casa dell’Islam”.
    Fede nei libri sacri: la Torah, i Salmi, i Vangeli ed il Corano. I primi tre sono solo approcci alla conoscenza di Dio, la rivelazione è contenuta nel Corano.
  • Esistono gli Angeli, come messaggeri di Dio e “sorveglianti” degli uomini, fatti di luce, messaggeri presso gli uomini. Essi registrano le azioni degli uomini ed interrogano l’uomo al momento della morte. All’opposto c’è Satana fatto di fuoco che vuole allontanare gli uomini da Dio.
    Ha rifiutato di prosternarsi davanti ad Adamo
  • Esiste un Ultimo Giorno, in cui sarà il Giudizio Universale che interverrà dopo una Resurrezione generale. Ognuno sarà retribuito secondo i suoi atti e le sue intenzioni. Fede nella predestinazione. Il musulmano si percepisce come un predestinato e si sottomette incondizionatamente alla volontà misteriosa di Dio. Questa visione è quasi fatalista.

Il concetto di felicità nella vita futura è essenzialmente umano, legato alle gioie terrestri

Etica islamica

Non c’è colpa originale; la natura, la creazione è fondamentalmente buona. Il male è la non sintonia con l’ordine stabilito da Dio. Una morale del “giusto mezzo”; gli eccessi sono visti male. L’obbedienza alla legge di Dio è la lode data a Dio.

I “cinque pilastri” del culto islamico:

  1. Professione di fede (SaHaDa): Non v’è divinità all’infuori di Dio, e Muhammad è l’inviato di Dio. Da farsi più volte al giorno; se fatta davanti a due testimoni, rende mussulmani.
  2. Preghiera rituale (SaLat), da farsi cinque volte al giorno (cf. invito del Muezzin), in qualsiasi luogo, rivolti verso la Mecca, con un tappetino “separante”. La preghiera rituale viene recitata 5 volte al giorno. A mezzogiorno del Venerdì, la preghiera viene recitata in assemblea nelle moschee, come testimonianza dell’unità musulmana. “Esegui l’orazione alle estremità del giorno e durante le prime ore della notte. Le opere meritorie scacciano quelle malvage. Questo è un ricordo per coloro che ricordano. Sii paziente, ché Allah non manda perduta la mercede di coloro che fanno il bene”.      Surah 11, 114-115
  3. Elemosina (ZaKat), come strumento di “purificazione” dei beni terreni. Un’imposta del 10%, per la “Cassa della comunità”.
  4. Digiuno (SaWM, SiYaM), pur essendo il Corano nemico degli eccessi; legato al mese di Ramadan (si ricorda la “discesa” del Corano). In questo periodo ogni muslim si astiene dal cibo, dalle bevande e dall’ esercizio della sessualità nelle ore che vanno dall’alba al tramonto.
  5. Pellegrinaggio alla Mecca (HaGG); almeno una volta nella vita. Culmina il dieci dell’ultimo mese dell’anno liturgico. L’anno liturgico è diviso in mesi lunari.  Esso dev’essere effettuato almeno una volta nella vita a visitare la pietra nera mandata da Dio.

La Ka’ba, talvolta scritta Kaaba, ossia cubo, è una costruzione che si trova al centro della Mecca e costituisce il luogo più sacro dell’Islam. In età preislamica l’edificio (più piccolo dell’attuale) era dedicato al culto della divinità maschile di Hubal, successivamente vi saranno adorate altre divinità, all’interno di un culto politeista, per poi essere successivamente identificata dall’Islam come il primo tempio dedicato al culto monoteistico fatto discendere da Dio direttamente dal Paradiso.

La “pietra nera”: è una roccia nera, grande quasi come un pallone, incastonata a circa 1,10 m. d’altezza nell’angolo est della Ka’ba di Mecca. Relitto forse di un antico culto, che alcuni studiosi hanno pensato fosse dimostrazione di un passato litolatrico in età preislamica,

la Pietra Nera è considerata dai musulmani l’ultimo lacerto della “Casa Antica” , fatta calare da Allah direttamente dal Paradiso sulla Terra e andata pressoché interamente distrutta dal Diluvio Universale. Per l’Islam, la Pietra Nera fu messa in salvo da Noè – profeta noto all’Islam arabo col nome di Nūh – all’interno di una caverna nei pressi di Mecca e da lì l’oggetto sarebbe stato recuperato da Abramo (profeta anch’egli, chiamato Ibrāhīm) nel momento in cui questi, con l’aiuto del figlio (Ismaele), avrebbe dato inizio ai lavori della nuova Ka’ba.

Secondo una diffusa tradizione popolare islamica, la Pietra Nera è invece l’occhio di un angelo incaricato di prender nota dei pellegrini che adempiono all’obbligo canonico, per chi se lo possa permettere, di effettuare una volta almeno nella loro vita il hajj a Mecca e nei suoi immediati dintorni.

Secondo un’altra tradizione, la Pietra Nera sarebbe un meteorite bianco che, caduto sulla terra, avrebbe assorbito tutti i peccati dell’uomo, assumendo l’attuale, emblematico, colore nero. 

 Il pellegrinaggio  è il momento più forte dell’esperienza islamica: è l’occasione in cui la comunità vede rinforzata la propria unità.

Terminologia

Masgid (moschea): viene dalla radice araba Sa-gia-da, che vuole dire prostrarsi, quindi in senso etimologico la moschea è il luogo della prostrazione.

Gihad: sforzo, per la diffusione dell’Islam all’esterno e pure per un proprio adeguamento al Corano. Può anche essere intesa come guerra.

SuNNa: tradizione; accanto al Corano, è assai importante. E’ una dottrina comune, che è ormai la regola incontrastata e classica, per cui immutabile. Essa è la viva tradizione che propone modelli da imitare. E’ la maniera eccellente secondo cui la prima comunità di Medina ha messo in pratica le regole del Corano sotto la guida di Maometto. E’ anch’essa oggetto di meditazione insieme al Corano ed ha forma di semplici proverbi e sentenze. Il 91% dei mussulmani sono Sunniti. Gli Sciiti sono scismatici.

LA MEZZALUNA

Il simbolo ha un’origine molto antecedente alla nascita dell’Islam, risalente al IV secolo a.C., quando Filippo II di Macedonia, nell’anno 340 o 341 a.C. mise sotto assedio la città di Bisanzio. Favorite da una notte particolarmente scura, le truppe macedoni si avvicinarono silenziosamente alle mura della città, con l’intenzione di scalarle e cogliere il nemico di sorpresa. Mentre attuavano il piano, un vento improvviso disperse le nuvole e la luce diffusa dalla luna crescente bastò alle sentinelle per rendersi conto dell’attacco e dare l’allarme. La reazione immediata e vigorosa dei difensori e l’ormai troppa vicinanza alle mura degli assalitori causò forti perdite nelle file dei Macedoni che furono costretti a desistere e togliere l’assedio. Il simbolo della luna crescente fu quindi scolpito in moltissimi manufatti in pietra della città, quale ringraziamento alla divinità. I Turchi Ottomani che diciotto secoli più tardi conquistarono Bisanzio, dopo l’assedio del 1453, videro questo simbolo impresso in ogni parte della città e lo adottarono, supponendolo dotato di grande potenza magica. Fu con l’Impero Ottomano che la Mezzaluna divenne uno dei simboli della cultura islamica. Quando nel 1453, i Turchi conquistarono Costantinopoli ne mantennero la bandiera tradizionale. comunità musulmane che vi videro un emblema di vittoria e grandezza. Basandosi su questa storia molti musulmani rifiutano di riconoscere il simbolo della Mezzaluna come emblema della fede islamica sapendo che si tratta di un’antica icona pagana. Non a caso la mezzaluna non compare nella bandiera dell’Arabia Saudita, Stato islamico per antonomasia e nemmeno in quella dell’Iran, stato teocratico ispirato all’islamismo sciita. La mezzaluna, che sarebbe la nuova luna crescente, significa la luce che illumina le oscurità di ogni tipo come dell’ignoranza e della miscredenza. Tuttavia codesta spiegazione non è sufficiente a chiarire l’uso della mezzaluna come simbolo islamico sia nelle bandiere sia negli stemmi, ad esempio, riportati sulle carte nautiche di fabbricazione europea, a partire da quella dell’inizio del Trecento del genovese Giovanni da Carignano. Inoltre i turchi e gli arabi assegnano un numero a ogni lettera, la somma dei numeri di una parola determina in un certo senso il valore di quella parola. Infatti hanno visto che la parola mezza luna “HILAL” e la parola “ALLAH” hanno lo stesso valore. Nel mondo islamico e’ preso la luna come il punto di riferimento per fare un calendario.

 Gesù e Maria nel Corano 

I testi del Corano ne parlano molto, ma in modo fabuloso e mistico, scollegato dalla storia della salvezza. Gesù è sempre chiamato “Gesù figlio di Maria”. Saida Maryam, la Vergine Maria, ben presente nel Corano, unica figura femminile considerata al pari degli Inviati Divini; di lei il Profeta affermò che nel Giorno del Giudizio, marcerà davanti a Lui, nella schiera delle persone pure, per confermare la posizione al vertice da lei assunta nella gerarchia spirituale. Tuttavia, l’esempio di moglie e madre, vissuto conformemente alla Tradizione, sia nel sostenere amorevolmente il marito, sia nell’educare efficacemente i figli, è rappresentato, nell’Islam, dall’altra figura chiave di perfezione femminile, la moglie del Profeta, Khadija. Khadija fu la prima credente ad entrare nell’Islam, in un tempo in cui gli uomini erano ormai senza Dio. L’idolatria era diffusa, e quando Muhammad cominciò la predicazione venne fortemente osteggiato dal suo popolo.  La moglie fu in effetti un sostegno solido e fedele che lo accompagnò per quindici anni, finché ella non morì.

Nei racconti delle loro vite non riscontriamo atteggiamenti passivi o fatalistici rispetto agli avvenimenti accaduti, ma piuttosto quell’azione sorretta dalla fede che, come dice il Vangelo, muove anche le montagne. Nella tradizione islamica questo è espresso con il termine Tawaqqul, l’abbandono fiducioso, che deriva dall’atto di affidare se stessi al Protettore, al-Wakil, cioè Dio stesso. Questa è la sollecitudine nel servire Dio come se Lo si vedesse: l’espressione più elevata della virtù spirituale, ihsan, di cui tutti i Santi e i Profeti hanno sempre dato grande esempio. Tutto ciò richiede indubbiamente un’abnegazione personale e un vero e proprio sacrificio, nel senso etimologico della parola, “sacrum facere”, cioè rendere sacra ogni azione in questo mondo.

  • 1° periodo meccano: più che altro allusioni al cristianesimo: cf. sura 112,1-4: “Egli, Dio è uno-Dio, l’Eterno. Non generò né fu generato- e nessuno gli è pari”. Per l’Islam il cristianesimo ha introdotto una “scissura” in Dio.
  • 2° periodo meccano: grande attenzione ai profeti e presentazione molto bella del Battista; si parla di Maria, con un richiamo al mistero dell’Annunciazione. cf. sura 19,16ss: “E nel Libro ricorda Maria, quando s’appartò dalla sua gente in un luogo d’oriente.. E Noi le inviammo il Nostro Spirito che apparve a lei sotto forma d’uomo perfetto…Le disse:<Io sono il Messaggero del tuo Signore, per donarti un fanciullo purissimo><Come potrò avere un figlio, rispose Maria, se nessun uomo m’ha toccato mai, e non sono una donna cattiva?>.Disse:<Così sarà. Perché il tuo Signore ha detto: Cosa facile è questa per me. E Noi, per certo faremo di Lui un Segno per gli uomini, in atto di clemenza Nostra…Ed essa lo concepì e s’appartò col frutto del suo seno in luogo lontano…”. Maria è chiamata anche “sorella di Aronne”.
    Gesù parla di sé e si presenta: cf. sura 19,30ss: “Egli disse: <In verità, io sono il Servo di Dio, il quale mi ha dato il Libro e mi ha fatto Profeta e m’ha benedetto dovunque io sia e m’ha prescritto la Preghiera e l’Elemosina finchè sarò in vita…Questo è Gesù Figlio di Maria, secondo parola di verità che alcuni mettono in dubbio. Non è da Dio prendersi un figlio; sia gloria a Lui!…”.
    Gesù è inserito in un contesto molto eterogeneo; è un Profeta: cf. sura 43,57ss: “…Egli non è che Servo cui concedemmo i nostri favori e ne facemmo un esempio per i Figli d’Israele…ed egli non è che un presagio dell’Ora: pertanto non dubitare ch’essa venga, e seguite Me; questo è il retto sentiero…E allorchè Gesù venne, con prove chiarissime, disse: <Io sono venuto a portarvi la Sapienza; sono venuto a chiarirvi qualcosa di quello di cui disputate…
  • 3° periodo meccano: una certa ricerca di conciliazione da parte del profeta che fa amicizia con i cristiani e crede di essere d’accordo con loro,  Gesù è citato due volte nell’insieme dei Profeti (cf. sura 42,13; 6,85).
  • 4° periodo medinese: varie fasi, fino al conflitto ed alla rottura coi cristiani.
    cf. sura 3,33ss: “…E quando gli angeli dissero a Maria:<O Maria! In verità Dio t’ha prescelta e t’ha purificata e t’ha eletta su tutte le donne del creato…E quando gli angeli dissero a Maria:<O Maria, Iddio t’annunzia la buona novella d’una Parola che viene da Lui, e il cui nome sarà il Cristo (unico punto in cui è chiamato così, nel Corano), Gesù figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell’altro e uno dei più vicini a Dio…Ed Egli gli insegnerà il Libro e la Saggezza e la Torah e il Vangelo e lo manderà come Suo Messaggero ai figli d’Israele, ai quali egli dirà:<Io vi porto un Segno del vostro Signore…Ma quando Gesù sentì il loro ribelle rifiuto, si chiese:< Chi saranno gli ausiliari miei verso Dio?><Noi, risposero gli apostoli, siamo gli ausiliari di Dio, noi crediamo in Dio e tu vedi che a Lui tutti ci diamo!…Quando Dio disse:<O Gesù, io ti farò morire/tornare a me, poi ti innalzerò fino a me, e ti purificherò dagli infedeli e porrò coloro che ti hanno seguito alti sopra agli infedeli fino al dì della Resurrezione; poi a Me tutti tornerete…E in verità, presso Dio, Gesù è come Adamo: Egli lo creò dalla terra, gli disse:< Sii > ed egli fu. Questa è verità che viene da Dio. Non esser dunque, tu, dei dubbiosi..”.
    Gesù  viene “richiamato”, prima di essere fatto morire; è negato il mistero pasquale: cf. sura 4,156ss: “…e per aver detto:< Abbiamo ucciso il Cristo, Gesù figlio di Maria, Messaggero di Dio>, mentre né lo uccisero né lo crocifissero, bensì qualcuno fu reso ai loro occhi simile a Lui…”.
    Negazione della Trinità e della divinità di Gesù; un figlio sarebbe una “diminuzione” di Dio: cf. sura 4,171ss: “O Gente del Libro! Non siate stravaganti nella vostra religione e non dite di Dio altro che la Verità! Chè il Cristo Gesù figlio di Maria non è che il Messaggero di Dio…Credete dunque in Dio e nei suoi Messaggeri e non dite:<Tre!> Basta! E sarà meglio per voi! Perché Dio è un Dio solo, troppo glorioso e alto per avere un figlio!…Lui solo basta a proteggerci! Il Cristo non ha disdegnato d’essere un semplice servo di Dio…”.
    Gesù e Maometto; cf. sura 61,6: “E quando disse Gesù figlio di Maria: <O figli d’Israele! Io sono il Messaggero di Dio a voi inviato, a conferma di quella Torah che fu data prima di me, e ad annunzio lieto di un Messaggero che verrà dopo di me e il cui nome è Ahmad”.
    Rottura  con giudiaismo e cristianesimo (seppure meno dura): cf. sura 9,29: “Combattete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo, e che non ritengono illecito quel che Dio e il Suo Messaggero han dichiarato illecito, e coloro, fra quelli cui fu data la scrittura, che non s’attengano alla Religione della Verità. Combatteteli finché non paghino il tributo uno per uno, umiliati”. Cf. sura 5,72ss: “Certo sono empi quelli che dicono:<Il Cristo, figlio di Maria, è Dio> mentre il Cristo disse: <O figli di Israele! Adorate Dio, mio e vostro Signore>. E certo chi a Dio dà compagni, Dio chiude le porte del paradiso…E sono empi quelli che dicono: <Dio è il terzo di Tre>…Troverai che i più feroci nemici di coloro che credono sono i Giudei e i Pagani, mentre troverai che i più vicini a coloro che credono sono quelli che dicono:< siamo Cristiani!>. Questo avviene perché fra di loro vi sono preti e monaci ed essi non sono superbi…”. In sostanza la dottrina mussulmana su Gesù si presta ben poco al dialogo con i Mussulmani, perché essi hanno un’idea già fatta sulla natura e la missione di Gesù. Il Gesù del Corano non è che un Gesù mussulmano, riportato alle dimensioni di un profeta ordinario, con dei privilegi speciali, senza dubbio, ma che hanno perso il loro senso.

Il Profeta Muhammad e la Rivelazione

L’Islam è una Rivelazione, cioè una Religione rivelata da Dio, che si inserisce nel quadro delle tradizioni abramiche, di cui si presenta come il terzo ed ultimo segmento, dopo quello ebraico e quello cristiano, di un monoteismo che, appunto con “veli” diversi, si manifesta come espressione dello stesso e unico Dio. Non si tratta dunque, in realtà, di tre monoteismi abramici, ma piuttosto dell’unico monoteismo abramico.

Come è noto, Abramo ebbe due figli, il primogenito Ismaele, dalla schiava egiziana Agar, ed il secondo, Isacco, dalla moglie Sara. Per gli imperscrutabili quanto provvidenziali disegni divini, una volta svezzato Isacco, Sara volle che Ismaele e sua madre Agar fossero allontanati dalla loro comunità; ma Iddio rassicurò il padre Abramo con queste parole che leggiamo nel Genesi:

Anche riguardo a Ismaele io ti ho esaudito: ecco, io lo benedico e lo renderò fecondo e molto, molto numeroso. Dodici principi egli genererà e di lui farò una grande nazione (Gen 17, 20)

Abramo divenne così sorgente di due grandi correnti spirituali, che sarebbero dovute scorrere non insieme, ma ognuna nella sua propria direzione. Egli affidò perciò Agar e suo figlio Ismaele alla benedizione di Dio e alla cura dei suoi Angeli, che li condussero in una valle desolata dell’Arabia, la valle di Baca, a cinquanta giornate di cammello a sud di Canaan. Ben presto, però, sopraggiunsero la fame e la sete ma, giunta allo stremo delle sue forze, Agar ricevette dal Cielo l’aiuto invocato. leggiamo l’intero passo dal

L’acqua era una sorgente che Dio aveva fatto scaturire dalla sabbia sotto i piedi di Ismaele. Da allora la valle divenne luogo di sosta per le carovane, giacchè l’acqua era buona e abbondante, e il pozzo prese il nome di Zamzam, tutt’ora importante tappa per il pellegrino che compie il sacro pellegrinaggio alla Mecca.

I rapporti tra le due comunità, però, non cessarono con l’allontanamento di Agar da Canaan: Ismaele, infatti, partecipava alla sepoltura del padre Abramo insieme ad Isacco, come riportato in Genesi, 25,9. Il figlio di Isacco, Esaù, si recava da Ismaele e prendeva in moglie sua figlia (Gen. 28,9), per poi trasferirsi nel deserto arabico. Quando Mosè fuggiva dalla terra d’Egitto, trovava rifugio presso la città araba di Madyan, ed è qui che conobbe la missione cui era destinato, dopo l’episodio del roveto ardente.

Gli Arabi, quindi, considerandosi sul piano storico, ma soprattutto religioso, discendenti di Ismaele, si collocano su un piano di perfetta continuità abramica e, in seguito, quando nella penisola arabica verranno ad insediarsi anche gruppi di ebrei e di cristiani, alcuni arabi rimarranno legati al culto monoteistico primordiale dei Patriarchi. Essi erano presenti ancora al tempo di Muhammad, ed erano chiamati hunafa (pl. di hanif), letteralmente “i puri”, coloro che sono naturalmente inclini verso il culto divino, per distinguerli dagli altri Arabi che per dimenticanza dell’antica tradizione erano caduti nell’idolatria. Erano coloro che seguivano il monito di Dio riportato nel Sacro Corano:

Segui con sincerità la religione di Abramo: egli non era affatto un associatore”. (Cor.16,123)

La jahiliyya, “ignoranza”, come sarebbe stata chiamata in seguito l’epoca pre-islamica, non era quindi semplice mancanza di religione, ma uno stato di ignoranza dovuto alla progressiva dimenticanza dei principi e delle pratiche del monoteismo abramico, del quale tuttavia rimanevano alcuni significativi rappresentanti, fra i quali, naturalmente, Muhammad stesso.

‘Abd al-Ghafur Masotti CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana

L’insegnamento tradizionale nella famiglia musulmana

  “Io sono Iddio Misericordioso (Ar-Rahmân). Io ho creato la Parentela (Rahîm) e Io ho fatto derivare il suo nome da uno dei Miei Nomi. Chi si lega con essa, Io mi lego a lui; chi si separa da essa, Io mi separo da lui!”. Parimenti è detto che Iddio crea gli Esseri e, quando ha terminato, la Parentela si alza e dice, rivolgendosi a Dio: “Ecco un legame e un’occasione in cui ci si rifugia in Te”. Lo Shaykh Ibn Arabi, detto Shaykh al-Akbar, cioè “il più grande dei Maestri” (Doctor Maximus nella teologia cristiana), vissuto in Spagna nel XII secolo, aggiunge: “Pratica la generosità verso chi ti è unito per parentela, perché essa è derivata da Ar-Rahmân, il Misericordioso, ed è grazie ad  essa che si producono le relazioni (an-nisab) tra noi e Dio. Chi è generoso verso i suoi parenti, Iddio lo attirerà; chi allontana  i suoi parenti, Iddio lo allontanerà”. “O uomini, temete il vostro Signore che vi ha creati da un solo essere, e da esso ha creato la sposa sua, e da loro ha  tratto molti uomini e donne. Temete Iddio, in nome del Quale rivolgete l’un l’altro le vostre richieste e rispettate i legami di sangue. Invero Iddio veglia su di voi.”.    Corano 4,1
La famiglia non è un’aggregato di individui che le circostanze biologiche o il caso hanno riunito. Il matrimonio, che costituisce il fondamento di tale famiglia, ha per scopo di riattualizzare l’unità di quell’Uomo Universale (al-insân al-kâmil), l’ Adamo Primordiale (l’Adam Qadmòn della tradizione ebraicail Christos Pantokrator – nuovo Adamo della tradizione cristiana), fatto “a immagine e somiglianza di Dio”. È così che compete al padre, in quanto rappresentante di Dio sulla terra (Khalîfa), di dirigere la famiglia, secondo l’esempio del Profeta, di condurla spiritualmente e ritualmente, e di suscitare in tale famiglia la conformità alla legge e allo spirito della parola divina. Mentre compete alla madre la conservazione di questo deposito con affetto e misericordia: “Le donne virtuose sono le devote che proteggono nel segreto quello che Iddio ha loro donato”.  4,34
Così l’insegnamento comincia con il ricordare ai figli questa Realtà che non dovrà mai essere dimenticata dall’uomo per tutta la sua esistenza: “Non vi è Dio se non Iddio”, “Lâ-Ilâha illâ-Llâh”. “Fate in modo – dice il Profeta – che questa sia la prima parola che entra nelle orecchie dei vostri figli”. Infatti è questo che il padre sussurra all’orecchio del neonato, l’attestazione dell’Unicità di Dio, che non c’è altro che Lui stesso, attestazione che deve essere sussurrata allo stesso modo anche all’uomo morente, proprio a significare che l’intero arco dell’esistenza umana deve svolgersi alla luce di tale unica Verità. E il Profeta disse in eco a queste parole: “ Non siete voi tutti pastori del vostro gregge? L’imam che è a capo degli uomini è il pastore e ne è il responsabile; l’uomo è il pastore delle persone della sua casa e ne è il responsabile; la donna è il pastore dei suoi figli e ne è la responsabile.” “Gli uomini pensano – dice il Corano – che li si lascerà dire: “Noi crediamo” senza metterli alla prova?” 29,2
Al contrario, è soprattutto nell’educazione dei figli che i genitori troveranno la prova migliore per la loro vita e per la loro realizzazione spirituale, poiché elevare i loro figli permetterà la loro propria elevazione. Nessun’obbligo rituale è richiesto al bambino fino all’età della ragione, a causa della sua vicinanza alla purità dello stato primordiale. L’insegnamento spirituale dei ragazzi non consiste quindi solo nell’educarli ai diritti e ai doveri della vita, ma soprattutto nel suscitare in loro quella facoltà di discernimento, provvidenzialmente già presente in loro, fra ciò che è essenziale da ciò che non lo è, tra ciò che si conforma all’ordine divino e ciò che è inutile o dannoso. Tale realizzazione della Verità implica uno sforzo spirituale, jihâd, (che non significa “guerra”) per ogni istante della propria vita. Questo sforzo, che non è altro che la sola e vera “Grande Guerra Santa”, al-jihâd al-akbar, non è esente dalla fatica e dalla pena che accompagnano sempre la purificazione dell’anima, la quale ha la tendenza all’inerzia e all’attaccamento alle cose di questo mondo.

 “A Dio appartengono i nomi più belli: invocatelo con quelli”
(Corano, VII:180)

  1. Il Misericordioso
  2. Il Pietoso
  3. Il Sovrano
  4. Il Santo
  5. La pace
  6. Colui in cui si ha fede
  7. Il custode
  8. Il potente
  9. Colui che costringe al Suo volere
  10. Il cosciente della Sua grandezza
  11. Il creatore
  12. Colui che ha creato l’evoluzione
  13. Colui che dà forma
  14. Colui che tutto assolve
  15. Colui che prevale
  16. Il munifico
  17. Il sostentatore
  18. Il giudice
  19. Il sapiente
  20. Colui che chiude la mano
  21. Colui che apre la mano
  22. Colui che umilia
  23. Colui che eleva
  24. Colui che dà potenza
  25. Colui che umilia
  26. L’audiente
  27. L’osservatore
  28. Il Giudice
  29. Il giusto
  30. L’Amabile
  31. Il ben informato
  32. Il paziente
  33. L’immenso
  34. Il perdonatore
  35. Il riconoscente
  36. L’altissimo
  37. Il grande
  38. Il protettore
  39. Colui che sostenta
  40. Colui che valuta
  41. Il sublime
  42. Il generoso
  43. Colui che veglia
  44. Colui che risponde
  45. Colui che tutto abbraccia
  46. Il saggio
  47. Colui che ama
  48. L’illustre
  49. Colui che resuscita
  50. Il testimone
  51. La verità
  52. Colui che procura ogni cosa
  53. Il forte
  54. Colui che è potente
  55. Il patrono
  56. Il degno di lode
  57. Colui che tiene il conto
  58. Colui che palesa
  59. Colui al quale ogni cosa ritorna
  60. Colui che dà la vita
  61. Colui che dà la morte
  62. Il Vivente
  63. L’Esistente di per Sé
  64. Colui che è perfetto
  65. L’Uno
  66. Il Solo
  67. Il Persistente, l’Eterno
  68. Il Potente
  69. L’Onnipotente
  70. Colui che aiuta
  71. Colui che fa retrocedere
  72. Il Primo
  73. L’Ultimo
  74. Colui che si manifesta
  75. L’Invisibile
  76. L’Alleato
  77. Il Consapevole della Sua altezza
  78. Il Caritatevole
  79. Colui che riceve il pentimento
  80. Il Vendicatore
  81. Colui che tutto cancella
  82. Il Dolcissimo
  83. Il re dei re
  84. Colui che è colmo di maestà e magnificenza
  85. Colui che soppesa
  86. Colui che riunisce
  87. L’Indipendente
  88. Colui che procura l’abbondanza
  89. Colui che impedisce
  90. Colui che nuoce
  91. Il benefattore
  92. Colui che illumina
  93. Colui che guida
  94. L’Incomparabile
  95. L’Eterno
  96. L’Erede
  97. Colui che ben guida
  98. Il Paziente
  99. Il Glorioso

 

TESTIMONE DEL VANGELO

Pochi giorni prima di essere ucciso a Trebisonda, il sacerdote italiano scrive agli amici italiani parole dense di amore per il popolo turco. La rivoluzione del Vangelo vissuta in mezzo alla gente e le difficoltà della testimonianza quotidiana in una terra dove l’islam detta legge. L’offerta totale dell’esistenza all’ideale cristiano e il presagio del sacrificio.

«I fili d’erba crescono anche nella steppa»

Carissimi,
voglio cominciare con delle cose buone, perché è giusto lodare Dio quando c’è il sereno, e non soltanto invocare il sole quando c’è la pioggia. Inoltre è giusto vedere il filo d’erba verde anche quando stiamo attraversando una steppa.

Ecco dunque alcuni fili d’erba verde. Qualche giorno prima di rientrare in Italia, nell’ora della visita in chiesa si è presentato un folto gruppo di ragazzi piuttosto vocianti e rumorosi. Ci sono abituato: per ottenere silenzio e rispetto basta avvicinarsi, ricordare loro che la chiesa è, come la moschea, un luogo di preghiera che Dio ama e in cui si compiace. Un gruppetto di 4-5 ragazzi, sui 14-15 anni mi si sono avvicinati e hanno cominciato a farmi domande: «Ma sei qui perché ti hanno obbligato?». «No, sono venuto volentieri, liberamente». «E perché?». «Perché mi piace la Turchia. Perché c’era qui una chiesa e un gruppo di cristiani senza prete e allora mi sono reso disponibile. Per favorire dei buoni rapporti tra cristiani e musulmani…». «Ma sei contento?» (hanno usato la parola mutlu che in turco vuol dire felice). «Certo che sono contento. Adesso poi ho conosciuto voi, sono ancora più contento. Vi voglio bene». A questo punto gli occhi di una ragazza si sono illuminati, mi ha guardato con profondità e mi ha detto con slancio: «Anche noi ti vogliamo bene». Dirsi «ti vogliamo bene», dentro una chiesa, tra cristiani e musulmani mi è sembrato un raggio di luce. Basterebbe questo a giustificare la mia venuta. Il regno dei cieli non è forse simile a un granellino di senape, il più piccolo di tutti i semi? Lo getti e poi lo lasci fare…E non è forse vero che «se ami conosci Dio» e lo fai conoscere e se non ami, quand’anche possedessi la scienza o parlassi tutte le lingue, o distribuissi i beni ai poveri, non sei nulla ma solo un tamburo che rimbomba?
Un altro filo d’erba. Una sera verso gli inizi di dicembre, ero in strada con il mio pulmino. Dovevo girare, ho messo la freccia e ho cominciato a voltare. Veniva una macchina velocissima. Ha dovuto frenare per non investirmi. Uno è sceso e ha cominciato a urlare. Conoscendo l’irascibilità dei turchi, soprattutto se sono ubriachi, ho proseguito, temendo brutte intenzioni. Mi sono accorto che mi inseguivano. Arrivato in piazza mi hanno sbarrato la strada. Mi sono trovato con la portiera aperta, uno che mi ha sferrato un pugno, un altro che mi strappava dal sedile e l’altro ancora che voleva trascinarmi. Ho portato il segno di quel pugno per qualche giorno e la spalla, tirata, che a volte mi fa ancora male. È intervenuta la polizia: erano ubriachi ed è stato fatto un verbale a loro carico. Me ne sono tornato a casa stordito, chiedendomi come si potesse diventare delle bestie. Mi sono venuti in mente i litigi in cui ci scappa un morto, le violenze fatte a una ragazza sola, il divertimento sadico ai danni di qualche povero disgraziato. Devo dirvi la verità: ho avuto paura e per qualche notte non ho dormito. Continuavo a chiedermi: perché? Come è possibile? Una settimana dopo, verso sera, hanno suonato al campanello della chiesa.

Sono andato ad aprire, erano tre giovani sui 25-30 anni. Uno mi ha chiesto: «Si ricorda di me?». Ho guardato bene e ho riconosciuto quello che mi aveva tirato per la spalla. «Sono venuto a chiederle scusa. Ero ubriaco e mi sono comportato molto male. Padre mi perdoni». «Va bene, gli ho detto, stai tranquillo. Ma non farlo più, per chiunque altro». Poi mi hanno chiesto di visitare la chiesa. Continuava a chiedermi scusa ad ogni passo. Ha visto una pagina del vangelo esposta nella bacheca: «Amate i vostri nemici» e allora ha capito perché lo avevo perdonato. Poi mi fa: anche da noi c’è un detto: «getta i fiori a chi ti getta i sassi». Quindi ha continuato: «Abbiamo avuto un incidente qualche giorno dopo che l’avevamo picchiata. La macchina è rimasta distrutta, uno è ancora in ospedale e noi due siamo ammaccati. Da noi si dice che se uno fa del male a una persona e poi muore non può presentarsi a Dio. Perché Dio gli dice: è da quella persona che dovevi andare. Da voi padre è la stessa cosa?». «Anche noi diciamo che non basta rivolgersi a Dio, ma che bisogna riparare il male fatto al prossimo. Diciamo però anche che se l’innocente offre il suo dolore per il colpevole, questo ottiene da Dio il perdono per chi ha fatto il male, come Gesù che ha offerto la sua vita innocente per salvare i peccatori. Gesù si è fatto agnello per i lupi che lo sbranavano e ha pregato: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno. Con la sua croce ha spezzato la lancia». A quel punto hanno guardato la croce. Il terzo che era con loro era un mio vicino di casa, che aveva loro indicato la chiesa e si era fatto loro mediatore. Era felice di mostrare loro la chiesa e di aver ottenuto la riconciliazione col prete che conosceva. C’è scappato anche un invito a cena, al ritorno dall’Italia. Vedremo se il pugno ha fruttato anche un bel piatto di agnello arrosto!
Qualche altro filo d’erba? Un venerdì in chiesa un gruppo di ragazzi è stato particolarmente maleducato e strafottente. Altri tre, più grandi, assistevano da lontano. Alla fine mi hanno chiesto di parlare. Con molta educazione hanno fatto ogni genere di domande, ascoltando con rispetto le mie risposte e facendo con garbo le loro obiezioni. Ci siamo salutati. La mattina seguente un giovane ha suonato: ho riconosciuto uno dei tre. Mi ha consegnato dei cioccolatini: «Padre, accetti il mio regalo. Le chiedo scusa per quei ragazzi maleducati di ieri».
Un’altra volta entrano due ragazze: «Padre mi riconosce?», mi fa una. «Si, certo!». «Lei una volta mi ha detto che Gesù non ha mai usato la spada, è così?». «Sì, è così». «Maometto – mi fa – l’ha usata è vero, ma solo come ultima possibilità…». «Gesù – le rispondo – neanche come ultima possibilità. Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi, disse, e lui stesso s’è fatto agnello per guadagnare i lupi. Se contro la violenza usi la violenza si fa doppia violenza. Male più male uguale doppio male. Ci vuole il doppio di bene per arginare il male. Se scoppia un incendio che fai? Butti legna?». «No, acqua». «Ecco, appunto. Ma non è facile. Questo però è il vangelo. Nelle mani di Gesù non c’è la spada, ma la croce…». Mi ha seguito attenta, ma frastornata. Perché mi meraviglio?

Quanti cristiani sono non solo frastornati, ma neppure guardano più la croce? Non colgono più la sapienza, la forza, la vittoria della croce. Si sono convertiti alla spada: nella vita pubblica e in quella privata. Se lo fa un musulmano in fondo non è strano: segue il suo fondatore. Ma se lo fa un cristiano non segue il proprio Fondatore, anche se ha croci da ogni parte, al collo, in casa e su ogni campanile.

Un altro filettino verde delicato. Sull’aereo, di ritorno da una riunione col vescovo a Iskenderun,  c’erano accanto a me due anziani coniugi e una giovane ragazza, elegante e carina. I due anziani erano piuttosto malmessi e inesperti.  La ragazza con molta delicatezza ha sistemato ad entrambi la cintura, si è piegata a terra a raccogliere alcune cose cadute, si è prodigata in ogni modo, non con rispetto ma con venerazione. Lui continuava a sgranare il suo rosario musulmano, accompagnando le mani con le labbra che pronunciavano i 99 nomi di Dio. Lei al suo fianco, muta e col velo sul capo, dava l’idea di sentirsi contenta accanto al suo bravo marito in preghiera.
Ora vi faccio intravedere qualcosa della steppa in cui mi è faticoso a volte camminare, ma in cui volentieri do tutto me stesso, cercando di essere io stesso un filo d’erba, anche se a volte mi sento una rosa piena di spine pungenti. Quando avverto che per difendermi dalle spine tiro fuori le mie, mi rimetto sotto la croce, la guardo e mi ripropongo di seguire il «mio» Fondatore, quello che non usa né spada né spine, ma ha subìto e l’una e le altre per spezzare la spada e toglierci le spine del risentimento, dell’inimicizia, dell’ostilità. Gli chiedo di farmi grazia del «suo» Spirito per tenere a bada il mio.
Cominciamo dai bambini. Accanto a quelli sorridenti, affettuosi, rispettosi si è intensificato in questi ultimi mesi un nugolo di lanciatori di sassi, di disturbatori, di «piccoli provocatori» di ogni genere. I bambini sono lo specchio del mondo degli adulti. A casa, a scuola, in televisione si dicono spesso di noi cristiani bugie e calunnie. Il risultato non può che essere lo scherno di quei «piccoli» che Gesù voleva a sé ma di cui metteva in guardia quanti li «scandalizzano» cioè quanti sono per essi «motivo di inciampo e di induzione al male». Mi sono ricordato di quando da bambino sentivo «parlare male» dell’unica famiglia protestante del mio paese o di quando sentivo dire che «tutti i turchi fanno cose turche». Il male che si riceve, a volte ti rimette sotto gli occhi il male fatto anche se dimenticato. In altri momenti mi tornano in mente le parole di Giobbe sofferente, figura della passione di Gesù: «Tutto il mio vicinato mi è addosso… anche i monelli hanno ribrezzo di me… mi danno la baia…» (Giobbe 18,7 e 19,18). Stiamo studiando una strategia ancora maggiore di affabilità e accoglienza, di silenzio, di sorriso, di persuasione.
Una famiglia di musulmani diventati cristiani prima che io arrivassi a Trabzon, mi ha parlato del pianto dei suoi bambini a scuola quando si diceva ogni sorta di male dei cristiani. Ne hanno parlato con l’insegnante ricevendo le scuse e un impegno di maggiore onestà e correttezza. Un padre di famiglia, registrato musulmano sul documento di identità (in Turchia sulla carta di identità è annotata la religione), desidera ritornare alla fede cristiana dei suoi antenati. Ma si scontra con gli insulti e le minacce di alcuni del suo villaggio. «Se mi assalgono e io rispondo sono ancora cristiano?», mi chiedeva preoccupato e pensoso. «Sì – gli rispondevo – perché il Signore capisce la tua debolezza. Ma ricordati che a noi cristiani non è lecito  l’occhio per occhio e dente per dente. Noi siamo discepoli di Colui che porta le piaghe su tutto il suo corpo e che ha detto a Pietro: ’Rimetti la spada nel fodero…’. Contro il peccato Gesù ha eretto come baluardo il suo corpo sacrificato e il suo sangue versato. Il cristianesimo è nato dal sangue dei martiri, non dalla violenza come risposta alla violenza”. Un giovane che per motivi sinceri e retti si era accostato alla chiesa non ha resistito all’ostilità degli amici, dei familiari, dei vicini di casa e alle «premure» della polizia che pur garantendogli piena libertà («la Turchia è uno stato laico, sei libero», gli hanno detto) gli chiedeva comunque perché andava, cosa accadeva in chiesa e se conosceva tizio e caio… Una signora cristiana di nazionalità russa, sposata con un musulmano e madre di un bambino, mi raccontava le angherie della suocera, il disprezzo dei parenti perché «pagana e idolatra», e le ripetute spinte a divenire musulmana. Appena ha letto, entrando in chiesa, una frase scritta in russo, gli si è rischiarato il volto. Le ho dato una Bibbia in russo e altri libri di preghiera sempre in russo. Si è sentita finalmente «libera» e davvero «sorella».
Consentitemi ora una riflessione a voce alta, alla luce di quanto vi ho raccontato. Si dice e si scrive spesso che nel Corano i cristiani sono ritenuti i migliori amici dei musulmani, di essi si elogia la mitezza, la misericordia, l’umiltà, anche per essi è possibile il paradiso. È vero. Ma è altrettanto vero il contrario: si invita a non prenderli assolutamente per amici, si dice che la loro fede è piena di ignoranza e di falsità, che occorre combatterli e imporre loro un tributo… Cristiani ed ebrei sono ritenuti credenti e cittadini di seconda categoria. Perché dico questo? Perché credo che mentre sia giusto e doveroso che ci si rallegri dei buoni pensieri, delle buone intenzioni, dei buoni comportamenti e dei passi in avanti, ci si

deve altrettanto convincere che nel cuore dell’Islam e nel cuore degli stati e delle nazioni dove abitano prevalentemente musulmani debba essere realizzato un pieno rispetto, un a piena stima, una piena parità di cittadinanza e di coscienza. Dialogo e convivenza non è quando si è d’accordo con le idee e le scelte altrui (questo non è chiesto a nessun musulmano, a nessun cristiano, a nessun uomo) ma quando gli si lascia posto accanto alle proprie e quando ci si scambia come dono il proprio patrimonio spirituale, quando a ognuno è dato di poterlo esprimere, testimoniare e immettere nella vita pubblica oltre che privata. Il cammino da fare è lungo e non facile. Due errori credo siano da evitare: pensare che non sia possibile la convivenza tra uomini di religione diversa oppure credere che sia possibile solo sottovalutando o accantonando i reali problemi, lasciando da parte i punti su cui lo stridore è maggiore, riguardino essi la vita pubblica o privata, le libertà individuali o quelle comunitarie, la coscienza singola o l’assetto giuridico degli stati.
La ricchezza del Medio Oriente non è il petrolio ma il suo tessuto religioso, la sua anima intrisa di fede, il suo essere «terra santa» per ebrei, cristiani e musulmani, il suo passato segnato dalla «rivelazione» di Dio oltre che da un’altissima civiltà. Anche la complessità del Medio Oriente non è legata al petrolio o alla sua posizione strategica ma alla sua anima religiosa. Il Dio che «si rivela» e che «appassionatamente» si serve è un Dio che divide, un Dio che privilegia qualcuno contro qualcun altro e autorizza qualcuno contro qualcun altro. In questo cuore nello stesso tempo «luminoso», «unico» e «malato» del medio oriente è necessario entrare: in punta di piedi, con umiltà, ma anche con coraggio. La chiarezza va unita all’amorevolezza. Il vantaggio di noi cristiani nel credere in un Dio inerme, in un Cristo che invita ad amare i nemici, a servire per essere «signori» della casa, a farsi ultimo per risultare primo, in un vangelo che proibisce l’odio, l’ira, il giudizio, il dominio, in un Dio che si fa agnello e si lascia colpire per uccidere in sé l’orgoglio e l’odio, in un Dio che attira con l’amore e non domina col potere, è un vantaggio da non perdere. È un «vantaggio» che può sembrare «svantaggioso» e perdente e lo è, agli occhi del mondo, ma è vittorioso agli occhi di Dio e capace di conquistare il cuore del mondo. Diceva S.Giovanni Crisostomo: Cristo pasce agnelli, non lupi. Se ci faremo agnelli vinceremo, se diventeremo lupi perderemo. Non è facile, come non è facile la croce di Cristo sempre tentata dal fascino della spada. Ci sarà chi voglia regalare al mondo la presenza di «questo» Cristo? Ci sarà chi voglia essere presente in questo mondo mediorientale semplicemente come «cristiano», «sale» nella minestra, «lievito» nella pasta, «luce» nella stanza, «finestra» tra muri innalzati, «ponte» tra rive opposte, «offerta» di riconciliazione?  Molti ci sono ma di molti di più c’è bisogno. Il mio è un invito oltre che una riflessione. Venite!

La mente sia aperta a capire, l’anima ad amare, la volontà a dire «sì» alla chiamata. Aperti anche quando il Signore ci guida su strade di dolore e ci fa assaporare più la steppa che i fili d’erba. Il dolore vissuto con abbandono e la steppa attraversata con amore diventa cattedra di sapienza, fonte di ricchezza, grembo di fecondità. Ci sentiremo ancora. Uniti nella preghiera vi saluto con affetto. Potete scrivere i vostri pensieri, fare le vostre domande, esprimere le vostre proposte. Insieme si serve meglio il Signore.

don Andrea Roma-Trabzon 22 gennaio 2006

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